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STUDIO ASSOCIATO LONGO BELLESI

Gilberto Giuntini inizia a dipingere agli inizi degli anni Settanta quando la città di Firenze è in pieno fermento artistico. Sebbene autodidatta, la frequentazione degli artisti, lo plasma e lo sprona a lasciar «traccia del passaggio in questo mondo [...] per fornire un senso e un significato al fatto di aver vissuto» (G. G.). Dunque, quello di Giuntini è un transito gremito di riflessioni sulla condizione degli esseri viventi e sul rapporto che fra di essi si instaura. E trovando nel linguaggio artistico il mezzo attraverso il quale comunicare la sua ricerca, ce ne lascia TRACCE. Qui, in mostra, ne esploriamo il pensiero in sole dodici opere di un arco temporale che, dagli albori della sua attività, arriva ai primi anni del 2000. Di quel reticolo di meditazioni è costante quella posta sulla terra quale organismo vivente, com’è, altresì, incessante l’analisi della stretta dipendenza di quello con le creature che la abitano. Come può sfuggire la contemporaneità con l’ipotesi formulata e, nel 1979, descritta nel volume intitolato Gaia. A New look at Life of Earth dallo scienziato James Lovelock? In quel testo si sosteneva che il nostro pianeta fosse un super organismo in grado, continuativamente, di regolare la non-vita per la vita.

Nelle opere che, dal Settanta agli anni Novanta, portano il titolo di Pachamama, tracimano pensieri denotanti lo svelamento della terra come madre dell’universo e della vita in esso. Vi vengono trasposti ritratti di animali, figure femminili gravide di uomini e delle loro attività, suoli scaturenti bisonti, elefanti, cinghiali, uccelli, lucertole, suoli stagliatisi su cieli atmosferici nei quali volano insetti che paiono lanciarsi a tutta forza verso precisi approdi. Subitaneo riferimento va alla mitologica spiritualità arcaica dei popoli andini che, consapevoli di vivere in un rapporto di reciprocità con Pacha Mama, ossia la Madre Terra, facevano del culto di ringraziamento alla divinità femminile una ricorrenza quotidiana. Sembra, dunque, che Giuntini, nella sua produzione artistica, abbia sentito il bisogno di trascrivere anche la sua “ecologica religiosità”.

Nell’ultima fase artistica, dove emerge una maggiore plasticità grazie al gioco della luce che fa spiccare le figure dallo sfondo, l’artista viene sollecitato a raccontare l’uomo. Per traslare le sue considerazioni in pittura si serve del mito greco, trovandovi una corrispondenza di indagine, quella della «realtà nel suo complesso» (G. G.). In mostra possiamo ammirare il titano che dona il fuoco della conoscenza all’uomo: Prometeo. Questi ha già disobbedito al padre di tutti gli dei ed è, dunque, incatenato e già scortato dall’aquila che ne mangerà le carni.

Una pratica, quella della pittura, di cui Giuntini affermava «la sola [...] quotidiana in cui mi pare di trovare il senso e il significato del mio vivere e agire».
                                           

                                                                                                 Emanuela Paglia


Note biografiche
Di quella straordinaria attività che è la creatività umana e del rapporto dell’uomo con la terra e la natura, Gilberto Giuntini (1942-2004) fa un segno distintivo della sua vita. Fin da giovanissimo, autodidatta, è operoso nel disegno, nell’incisione e nella pittura così come nel campo della musica etnica e delle tradizioni popolari. P
er la divulgazione delle tradizioni musicali dei popoli della terra, dopo anni di ricerca sul campo, Giuntini realizza festival e rassegne (Musica dei Popoli affiancata dalla Rassegna del film etnomusicale a Firenze, Suoni dal mondo a Bologna e l’On the Road Festival a Pelago). Si tratta di una riflessione sulla vicenda umana che rimane il filo rosso anche nel suo lavoro di pittore e di grafico. Nel 1973, vince la Borsa di studio per giovani artisti messa a disposizione dal Comune di Firenze. A partire da quello stesso anno inizia a esporre in mostre personali e collettive. Fra le esposizioni si ricordano a Firenze quelle presso le gallerie d’arte storiche Inquadrature 33 diretta da Marcello Innocenti e Indiano fondato dallo scrittore Piero Santi, quella, su invito, presso la Quinta Biennale Internazionale della Grafica d’Arte tenutasi a Palazzo Strozzi e quella al Centro di Arte Grafica Santareparata di Giuseppe Gattuso. A Marsiglia tiene una personale al Centro Artisti Stranieri. Durante gli anni ottanta e novanta continua a dipingere ma sospende le attività espositive in polemica con i meccanismi del mercato dell’arte. Il 2004 è l’anno in cui l’artista stava lavorando alla personale da tenersi a Parigi quando viene a mancare. L’anno successivo è quello della grande personale a Villa Pacchiani di Santa Croce sull’Arno dal titolo Gilberto Giuntini - Pittura e Grafica curata da Eugenio Cecioni.
                                                                                                          Ingrid Vandenassum