MOSTRA DI AGATINO D’URSO 13 Dicembre 2008 – 26 Marzo 2009




Nature e Nature


        La pittura di Agatino D’Urso è un’arte volta esclusivamente alla rappresentazione figurativa, che spazia da paesaggi, nature morte, ritratti e nudi. Gli ultimi rientrano nella produzione più tarda, in cui inizia a sperimentare un tipo di pittura meno realista, con soggetti di tipo più enigmatico, tendenti a volte al surreale, se non addirittura all’onirico. Questa nuova fase iconografica, che testimonia lo spirito ricercatore e versatile dell’artista, è caratterizzata da uno stile più sintetico e asciutto, dove le forme acquistano un significato preponderante rispetto a quello dei soggetti, che sembrano talvolta solo un pretesto per liberare la fantasia del pittore. Il doppio tema della mostra consente di mettere a confronto questa dualità stilistica, nella quale, nonostante le differenze di impostazione formale, permangono dei forti denominatori comuni riguardo la relazione intellettuale tra soggetto e oggetto, tra realtà interiore e realtà esteriore.


        La costante attenzione verso l’aspetto compositivo dell’opera, l’accurato studio per la disposizione degli oggetti e delle figure non può di certo non prescindere dalla sua professione di architetto che fa dell’arte del costruire la ragione prima.

E’ chiaro quindi che in questo gioco di “aggregazione” le forme svolgono un funzione fondamentale e ciò è evidente in tutti i suoi quadri, dove però anche i colori contendono alle prime il ruolo dominante. Nelle nature morte, per esempio, ciò che colpisce maggiormente è forse proprio l’aspetto cromatico, che viene esaltato non solo attraverso gli accostamenti delle tinte, ma anche dal sapiente uso della luce; questa, infatti, se prima dà agli oggetti rappresentati densità materica e definisce in prospettiva i piani, poi riavvolge il tutto in una calda e vibrante atmosfera, conferendo all’immagine un tono realistico e lirico allo stesso tempo. In questa ricerca della totalità nelle singole manifestazioni dell’esistenza, non meno importante è l’apporto del disegno, o meglio, della “forma”: in questi soggetti che riproducono svariate combinazioni di bottiglie, brocche, piatti, vasi, arance, melanzane, mele e pere, si percepisce sempre un perfetto equilibrio, raggiunto attraverso il processo creativo dell’artista: un processo che non parte dalla realtà data, ma dalla unicità delle forme geometriche filtrata dal “sentire” del pittore , riproposta sottilmente e in modo personale attraverso la mutevole e infinita realtà delle cose.


        Non è ardito sostenere che il pensiero di Cézanne (uno dei pittori preferiti di Agatino), secondo cui la natura va trattata “secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva”, abbia trovato in queste immagini una chiara e sincera applicazione. A differenza delle nature morte, i soggetti di nudi mostrano uno scarso interesse per la rappresentazione realistica; ciò è ben visibile sia nel trattamento della figura umana sia negli altri elementi della composizione ridotti a pochi oggetti usati più per suggerire che descrivere un luogo o una situazione. Non ci sono costruzioni di immagini basate sulle convenzionali leggi prospettiche né riguardo la collocazione degli elementi nello spazio, né in relazione alla differenza dei valori tonali in base alla distanza, né in rapporto alle proporzioni del corpo umano. Qui ciò che interessa soprattutto all’artista è la relazione forma-colore che si stabilisce tra le figure e il loro ambiente o tra le figure stesse. Benché rivelino una certa plasticità, ottenuta con sintetiche e larghe pennellate di colore e l’uso del chiaroscuro per suggerire i volumi, esse tendono allo schematismo e perdono la precisa collocazione nello spazio/tempo risaltando solo in funzione dell’insieme, in rapporto alla variazione tonale (Dopo il bagno) o per contrasto cromatico e di linee con il loro sfondo (Donna sdraiata in spiaggia, Danae con rosa bianca). Inoltre la semplificazione degli occhi, sintetizzati da un bulbo monocolore, aggiunge all’immagine un ulteriore senso di astrattezza.


        Tra realtà e astrazione sembrano sospesi anche gli ambienti. Se da un lato infatti la scelta cromatica rispetta il dato naturale (azzurro del cielo e del mare, bruno della sabbia, rosa delle carni) il modo di trattare la materia – mediante sintetiche stesure di colore – annulla ogni consistenza fisica di essa e la luce non serve a distinguere la suddivisione dei piani in prospettiva - suggerita solo dalla diversa dimensione degli oggetti (si vedano gli ombrelloni in Donna sdraiata in spiaggia)- ma viene concentrata soprattutto sul soggetto principale per accentuare il contrasto cromatico con lo sfondo. Per concludere, si può affermare che la pittura di D’Urso, in una sorta di profonda reverenza verso quel genere di artisti che va da Giotto, Masaccio, Piero della Francesca fino a Cézanne e Sironi, rifugge istintivamente da ogni apparato decorativo e da minute descrizioni rivelando invece una forte predilezione per la sintesi e il rigoroso alternarsi delle forme. Sia che affronti un paesaggio, una natura morta o un soggetto di fantasia, la realtà per lui non è un dato a priori che va indagato, ma è sempre uno spunto da cui partire, per rielaboralo e riprodurlo in un nuovo modo di sentire, pur restando fedele alla concretezza dell’esperienza.   


                                                                                                                         Giuliana d’Urso


Note biografiche


        Agatino D’Urso è nato nel 1934 a Roma dove, presso l’Università della Sapienza, si è laureato in architettura. Alla dedizione per la professione di architetto ha legato il trasporto per la pittura, una passione nata in seno all’ambiente familiare e a quello artistico di via Margutta dove è cresciuto. Sotto l’esperta guida del padre Franco D’Urso, pittore e mosaicista, ha potuto apprendere la tecnica pittorica e venire in contatto con l’ambiente artistico romano del ‘900 (Severini, Fazzini, Turcato, Malagodi, Gentilini e altri). Le sue prime mostre, a partire dagli anni ’50, si sono svolte proprio all’interno di questo ambiente intellettuale e sono proseguite, anche fuori del contesto romano, fino alla personale del 2003 a Nepi (Viterbo).


Nonostante una grave malattia diagnosticata nel 2005, ha continuato a lavorare e a dipingere con impegno ed entusiasmo. E’ scomparso il 28 settembre scorso.

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